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Condividere la stessa malattia in due

di Erika

Vivere la mia malattia insieme ad un’altra persona mi fa capire tanto.

Capisco innanzitutto cosa significa vivere con un malato e il peso che vi porta.

Capisco cosa significa non dormire la notte a causa dei suoi mormorii, i gemiti di dolore, le apnee, allucinazioni o sogni lucidi, borbottii, la casualità delle parole dette nel buio, le paralisi.

Capisco cosa significa fermarsi perchè il malato deve dormire, e accettare il suo silenzio e la sua rabbia se non può assecondarne il sonno. Per me, che sono diventata la mia malattia, non è semplice, ma lo capisco perchè Massimo fa esattamente le stesse cose che faccio io.

Ma ora capisco i miei genitori, e capisco cosa vuol dire amare una persona vedendola soffrire, e odiare la sua sofferenza perchè toglie il sonno anche a te che gli stai vicino.

Capisco le notti insonni di mia madre ad asciugarmi la schiena bagnata e parlarmi seguendo il filo insensato delle mie allucinazioni, a tentare di convincermi che devo dormire che “non è reale amore, non è niente, ci sono io con te ora, chiudi gli occhi, non avere paura”.

Questa malattia, che porterebbe chi ci sta intorno alla disperazione nel caso in cui non prendessimo farmaci, ti da una vaga idea di cosa significa amare qualcuno. E in ogni caso la gratificazione più grande è avere coscienza del fatto che sono proprio io ad avere avuto l’onore di essere stata scelta. Io che non avevo la forza di mettere un piede davanti all’altro mi ritrovo ora a centinaia di km da casa, alle 3:30 del mattino, di fianco a chi mi rende qualche notte un inferno e la vita un paradiso.

Sono incredibilmente felice.