Ospiti XX Anniversario: Emmanuel Mignot

Ospiti XX Anniversario: Emmanuel Mignot

Per prepararvi all’incontro del XX anniversario dell’AIN, che ricordiamo si terrà Il giorno Sabato 24 Settembre 2016 presso l’AULA MAGNA DI ANATOMIA in via Irnerio, 48 a Bologna, esclusivo per i soci AIN iniziamo da oggi con un appuntamento per i prossimi giorni nel raccontarvi chi sono i nostri ospiti eccezionali:

Emmanuel Mignot, Psichiatra e responsabile del Centro di Medicina del Sonno dell'Universitò di Stanford

Emmanuel Mignot,
Psichiatra e responsabile del Centro di Medicina del Sonno dell’Universitò di Stanford

La storia di Emmanuel Mignot inizia nel lontano Novembre 1986 quando dalla Francia, andò negli Stati Uniti per entrare a far parte del “Center for Sleep Sciences and Medicine” della Stanford University” come ricercatore associato.

All’epoca il suo obiettivo, in linea con il suo titolo di Psichiatra, era quello di trovare farmaci efficaci per il trattamento della Narcolessia; i soggetti del suo studio appartenevano ad una colonia di cani che soffrivano della malattia.

“Quando sono arrivato, i cani venivano mantenuti, ma non c’erano particolari studi in corso, se non alcuni di chimica su dei neurotrasmettitori già noti. Come farmacologo, volevo studiare potenziali trattamenti per la narcolessia e capire la biologia molecolare per migliorare il trattamento negli esseri umani.”

Il primo cane narcolettico, un barboncino francese di nome Monique, venne portato a Stanford nel 1974 da niente meno che William Dement , il cosiddetto “padre della medicina del sonno“, che aveva fondato il centro nel 1970: il primo al mondo dedicato allo studio del sonno.

Dement e altri ricercatori nel 1977 fondarono una completa colonia di allevamento di cani, nei quali venne scoperta una forma di “narcolessia genetica”. Qui alcuni cuccioli di dobermann e più tardi alcuni Labrador vennero scoperti narcolettici. La cosa interessante è che i cani, come gli esseri umani presentano una combinazione di sintomi molto simile: sonnolenza irresistibile, cataplessie e/o cedimenti muscolari indotte da emozioni, paralisi del sonno e anomala attività REM. La condizione negli esseri umani e nei cani può essere controllata con dei farmaci ma tuttora non esiste una cura.

Per studiare quali farmaci aumentassero lo stato di veglia e diminuissero le cataplessie nei cani, Mignot insieme al professore di psichiatria Seiji Nishino utilizzarono un test di cataplessia causato dall’appetito. Il test consisteva nell’osservare il cane dopo avergli somministrato il farmaco, mentre andava a mangiare dei dolcetti appositamente sistemati sul pavimento:

“Il cane che in quel momento si precipitava nella stanza, era così felice di mangiare, che aveva un attacco di cataplessia da farlo crollare sul pavimento”.

I ricercatori contarono il numero e la durata degli attacchi dopo il trattamento con un farmaco a varie dosi:

“Negli esseri umani, gli episodi di cataplessia attivati da un’emozione positiva posso essere la risata per uno scherzo o magari per una piacevole sorpresa; Per i cani invece è il cibo o la gioia di giocare. Questo è ciò che rende i cani un modello perfetto per analizzare questa particolare condizione neurologica. Quando si dà un trattamento ad un ratto o un topo, se questo smettere di avere cataplessie non c’è modo di sapere se questi stiano male o se si tratta di un vero e proprio effetto del farmaco. Ma i cani sono diversi, mostrano emozioni proprio come gli esseri umani. E io conoscevo quei cani per nome. Erano amici miei. Potevo chiaramente vedere se erano preoccupati o se non si sentivano bene.”

Mignot lavorò per lo più con Dobermann e Labrador, ma ci sono stati anche cani donati alla colonia che sembrava avere una forma sporadica della narcolessia:

“C’è stato Vern, un barboncino nano; Wally, un barboncino; Tucker, un bastardino; e Beau, il mio amato bassotto”.

Utilizzando il test di cataplessia sugli animali, abbinati a studi in vitro delle proprietà chimiche deli farmaci, Mignot e Nishino scoprirono che gli antidepressivi sopprimono LA cataplessia inibendo la ricaptazione adrenergica, e che stimolanti anfetaminici promuovono stato di veglia nei narcolettici, aumentando la disponibilità di dopamina:

“Grazie a quegli studi abbiamo migliorato i trattamenti già esistenti ed iniziato a capire i tipi di sostanze chimiche importanti per regolare i sintomi della narcolessia.”

Ma Mignot voleva capire il meccanismo molecolare della narcolessia, così rivolse la sua attenzione alla base genetica della malattia. Ma la sua mancanza di formazione in ambito genetico e l’indisponibilità (all’epoca) della mappa del genoma del cane non impedì a Mignot di proseguire il suo studio. Anzi iniziò instancabilmente a perseguire questo disturbo neurologico che allora era assolutamente poco studiato nonostante fosse il solo noto disturbo neurologico che comportasse una sonnolenza anomala.

LA FORMAZIONE E GLI STUDI

Mignot, era il più giovane di sei fratelli, aveva un debole per la raccolta di fossili e per lo svolgimento di esperimenti di chimica nel bagno della casa della sua famiglia a Parigi:

“Ho comprato prodotti chimici venduti da un negoziante cinese in Rue Saint-Dominique per fare svariati tipi di esperimenti e di tanto in tanto ho fatto degli errori. C’erano bruciature e proiezioni sulle pareti del mio bagno.”

Al liceo, si auto definì “nerd con gli occhiali”, si interessò di biologia, e dopo la laurea nel 1977 andò a studiare per una laurea in medicina presso il René Descartes, facoltà universitaria di medicina a Parigi:

“Al secondo anno di medicina, mi stavo annoiando a morte da tutto quell’imparare a memoria”

Così Mignot si iscrisse all’esame di ammissione per la prestigiosa École Normale Supérieure (ENS), che offriva agli studenti la libertà di perseguire i loro interessi accademici tenuti presso altre istituzioni, fornendo uno stipendio, l’alloggio, e il supporto di professori mentori. Passò gli esami, ed entrò nella ENS nel 1979. Lavorò per un master in biochimica, e poi un dottorato di ricerca in farmacologia molecolare, pur continuando i suoi studi di medicina:

“All’epoca, nulla era stato istituito per i programmi di MD-PhD (dall’inglese MD: medical doctor e dal latino PhD: Philosophiæ Doctor). Si studiava tutto in parallelo, che era una follia. Per molto tempo ho dovuto sostenere un esame ogni due settimane!”

Nel 1984, ricevette sia la sua laurea in medicina e, in seguito, un dottorato di ricerca dall’Università Pierre e Marie Curie. Nuovo per la narcolessia, Mignot si interessò degli effetti dei farmaci sul cervello dei pazienti psichiatrici e studiò come differenti composti influenzato il metabolismo dei neurotrasmettitori nel cervello dei topi. Nel 1986 gli fu offerta una cattedra in farmacologia al Paris V University School of Medicine. Ma prima, Mignot avrebbe dovuto completare il servizio militare obbligatorio che aveva rinviato:

“Invece di andare in una ex colonia francese a praticare medicina, ho convinto il governo francese a mandarmi a Stanford per studiare il Modafinil, un farmaco che promuove la veglia, creato da una società farmaceutica francese chiamata Lafon Laboratories per il trattamento della narcolessia. Non avevo mai sentito parlare di narcolessia durante i miei studi di medicina, deve esserci stata al massimo qualche riga nei miei libri di testo. Ho scoperto che l’Università di Stanford stava facendo un lavoro sul sonno e che li, Dement aveva appena avviato una colonia di cani narcolettici. Pensavo di poter studiare questi animali e capire come il Modafinil funzionasse”.

Così Mignot si recò a Stanford per 16 mesi, come parte del suo servizio militare con il sostegno finanziario dei Lafon Laboratories:

“L’azienda aveva sostenuto che il Modafinil lavorasse con un nuovo meccanismo, estraneo agli stimolanti dell’epoca”

Ma Mignot scoprì presto che il Modafinil si legava al trasportatore della dopamina, inibendo la ricaptazione del neurotrasmettitore, e così aumentando lo stato di veglia:

“Questa è una modalità di azione simile al Ritalin, ma la società all’epoca sosteneva il contrario. Ci sono voluti 10 anni per convalidare i miei risultati fin quando Nora D. Volkow, ora direttore del “National Institute on Drug Abuse”, ha mostrato che, in effetti il farmaco sposta il trasportatore della dopamina a dosi che aumentano veglia nell’uomo”.

A Stanford, Mignot si immerse nel suo lavoro con la colonia di cani:

“Ho lavorato tutto il tempo e tornavo a casa solo per dormire. Non avevo sicuramente molto successo con le ragazze allora, perché puzzavo di cane tutto il tempo. Passavo tutto il giorno con i cani, andando alla struttura, abbracciandoli, giocandoci e lavorando con loro. Quando li allevavamo, a volte le madri respingevano i loro cuccioli appena nati, così siamo dovuti intervenire diverse ore, anche nel ben mezzo della notte, per nutrire i cuccioli. Anche dopo che aver fatto la doccia, mi capitava di sentire ancora l’odore dei cani. E’ stata una esperienza molto particolare della mia vita.”

Così trascinato dagli studi, Mignot passò dalla farmacologia alla genetica e prolungò la sua permanenza a Stanford:

“Dopo alcuni anni mi sono reso conto i nostri studi di farmacologia non sono mai riusciti a mettere a fuoco la causa della narcolessia. Volevamo trovare la causa genetica nel cane.”

Nel 1988, si dimise dalla sua posizione alla facoltà di Parigi, la quale decise di riservargli il posto per un eventuale ritorno, anche se Mignot continuò a prolungare il suo soggiorno a Stanford. Questo per poter dedicare più tempo possibile alla ricerca del gene mutato responsabile della narcolessia nei cani.

Nel 1993, dopo anni di studi, Mignot divenne il responsabile del Centro per la narcolessia di Stanford. Nel frattempo Yutaka Honda dell’università di Tokyo identificò una connessione tra un gene immunitario, l’antigene leucocitario umano (HLA) allele HLA-DR2 e la narcolessia nell’uomo.

Così il laboratorio di Mignot cercò di accertare se la stessa connessione si ripetesse nei cani. A quel tempo il genoma del cane e dell’essere umano non erano ancora stati sequenziati, perciò ci vollero 10 anni, e quasi 200 Dobermans e Labrador narcolettici: anni di esperimenti scrupolosi sul cromosoma, DNA fingerprinting, e la costruzione di una biblioteca cromosomica del cane:

“Quello che ci ha aiutato molto era che sapevamo che Dobermann e Labrador avevano lo stesso difetto genetico, perché li abbiamo incrociati e abbiamo ottenuto cuccioli narcolettici; ciò è definito test di complementazione.”

Nel 1999, la squadra di Mignot identificò il gene mutato, come il recettore ipocretina 2, la cui proteina lega l’ipocretina (un neuropeptide che regola l’eccitazione e la veglia). Contestualmente, il laboratorio di Masashi Yanagisawa pubblicò in modo indipendente una studio (chiamando questa proteina Orexina) che confermò chiaramente come i topi con deficit di ipocretina avessero anche narcolessia.

Negli studi di narcolessia paralleli tra i gruppi, il laboratorio di Mignot scoprì che non era la prima HLA-DR2 allele che aveva predisposto gli esseri umani alla narcolessia, ma un altro gene vicino, HLA, DQB1 * 0602 .

Questo perchè gli esseri umani non sono come i cani:

“Dopo aver trovato il gene la ricerca è stata veloce. Abbiamo deciso di guardare l’ipocretina e vedere se è anomala negli esseri umani.”

Il laboratorio di Mignot sequenziò i geni per il recettore dell’ipocretina per provare il suo legame coi pazienti narcolettici, supponendo ci potessero essere mutazioni a causa del noto legame HLA – narcolessia, ma anche per approfondire il fatto che nella maggior parte dei casi, negli esseri umani la narcolessia non fosse familiare (a differenza dei cani).

“Per ottenere il fenotipo Narcolettico penso che sia necessario che siano presenti mutazioni di entrambi i recettori 1 e 2 negli esseri umani ; quelli con solo una mutazione possono essere più inclini alla stanchezza, ma non alla narcolessia.”

Nel 2000, i gruppi di Mignot e Nishino riferirono che l’ipocretina non era presente nel liquido cerebrospinale dei pazienti narcolettici e questa prova è utilizzata tuttora per effettuare la diagnosi di Narcolessia. Nello stesso anno, gli studi indipendenti dal laboratorio di Mignot e quello di Jerome Siegel presso l’Università della California, Los Angeles, scoprirono che la mancanza di ipocretina non era dovuta a mutazioni del gene, ma alle cellule dell’ipocretina che infatti mancavano nel cervello dei pazienti narcolettici. I geni HLA erano ben noti per essere associati a molte malattie autoimmuni. Mignot ipotizzò che l’ipocretina mancasse a causa di un attacco autoimmune contro neuroni secernenti ipocretina. Tuttavia la presenza di alcuni pazienti con narcolessia e normali livelli di ipocretina, restano tuttora inspiegabili.

Perciò deve esserci ancora un anello mancante:

“Ho lavorato su questa ipotesi dell’autoimmunità per 10 anni, e ci rendiamo conto che questa ipotesi è sempre più probabile, ma non riusciamo a trovare nessuna prova diretta. E ‘frustrante, ma questo tipo di lotta è la storia della mia vita”

Tutte le malattie autoimmuni conosciute hanno come caratteristica generale la produzione di anticorpi nei pazienti, ma non sono mai stati rilevati anticorpi contro l’ipocretina o le cellule dell’ipocretina. Perciò il laboratorio di Mignot testò se le cellule T sono state la componente immunitaria che attaccava l’ipocretina. Nel 2013, il suo laboratorio pubblicò uno studio che identificava come colpevoli i Linfocifi T. Ma lo studio è stato ritirato da Mignot stesso un anno dopo, quando il gruppo di Mignot non potè più riprodurre gli stessi risultati dopo che gli scienziati che fecero la maggior parte degli esperimenti lasciarono il laboratorio:

“E ‘stato davvero doloroso e il periodo peggiore della mia carriera.”

ULTIMI STUDI

Mignot sostiene che dagli studi condotti recentemente pare ci sia un componente del vaccino o del virus stesso che attivi il sistema immunitario per attaccare i neuroni che producono Orexina:

“Nel 2010, un sacco di gente improvvisamente ha iniziato a sviluppare la narcolessia dopo aver ricevuto il vaccino Pandemrix contro l’influenza suina (H1N1). E’ tutto molto strano. Ancora non capiamo perché questo vaccino particolare abbia aumentato il rischio di narcolessia. Così ora stiamo facendo un sacco di studi che confrontano i diversi vaccini e il virus per cercare di capire. Credo che il vaccino ci darà un indizio finale per isolare i linfociti T coinvolti nella reazione immunitaria che porta alla narcolessia”

Il laboratorio di Mignot sta lavorando a uno studio che dimostra che le varianti genetiche legate alla narcolessia sono per lo più di tipo autoimmune, simili al diabete di tipo 1, la celiachia e altre malattie autoimmuni, sostenendo ulteriormente l’ipotesi autoimmune. Mignot vorrebbe arrivare ad avere i dati da un ampio studio umano:

“Vorrei studiare la genetica di 40.000 persone con problemi di sonno per vedere se ci sono tratti genetici che inducono la gente a dormire bene o male e ad avere bisogno di dormire di più o di meno. Ciò non è ancora stato fatto. Penso che questo ci aiuterà a scoprire molti dei misteri del sonno”

La colonia dei cani è stata ufficialmente smantellata nel 2000 dopo che venne scoperto il gene della narcolessia canina:

Mignot e Watson

Mignot e il suo fedele Chiwawa Watson

I cani sono stati adottati e abbiamo ottenuto Bear, un Schipperke narcolettico. Purtroppo lui ci ha lasciati un anno fa, gli ho voluto molto bene e mi manca un sacco. Era un’anima insolitamente gentile. Tre mesi più tardi, un allevatore dal Vermont mi ha chiamato e ha detto che aveva un Chihuahua narcolettico. Sono volato in Vermont e ho adottato Watson e lui è rimasto con me sin da allora. Non avrei mai pensato di adottare un chihuahua, ma ora non riesco a pensare alla vita senza Watson. E’ fedele e coccolone”.

Il viaggio continua:

“Questa storia della narcolessia, è una storia difficile. Trovare il gene è stato molto difficile, e trovare il collegamento autoimmune avrebbe dovuto essere banale, ma è stato un calvario, perché non vi è assolutamente alcun danno collaterale. Come neurologo, Larry Steinman mi ha detto che sembra che sia stato un “mordi e fuggi”, dopo l’esordio sembra come se tutto sia stato ripulito senza lasciare tracce. E’ difficile, ma capendo di più su questa malattia, si possono scoprire altre patologie in cui una simile distruzione autoimmune avviene nel cervello. Non sarei sorpreso se alcune forme di depressione e la schizofrenia dovessero avere una base autoimmune nel cervello. Per esperienza, tanto più è difficile, più interessante sarà la risposta”.

 

 Fonte articolo e intervista: http://www.the-scientist.com/